Impediremo di dimenticare il Vajont

vajont2008

Alle 22:39 del 9 Ottobre 1963, 270 milioni di metri cubi di roccia e terra si staccarono dal Monte Toc. Una frana immensa si scagliò contro il bacino sottostante formato dalla diga sul torrente Vajont andando a provocare un onda di piena che superò di 100 m in altezza il coronamento della diga.
Quest’onda risalì in parte il versante opposto, distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, e circa 30 milioni di m³ d’acqua, invece, scavalcarono il manufatto riversandosi nella valle del Piave, spazzando via il centro di Longarone e i paesi limitrofi.

1910 i morti, 773 le famiglie coinvolte e 487 ragazzi sotto i 15 anni a cui venne per sempre cancellato il futuro.

Oggi, a 50 anni di distanza, è obbligatorio chiedersi quale potere hanno gli uomini di soggiogare il destino di altri esseri umani, di non rispettare le comunità locali e di calpestare il diritto basilare alla vita. A quale prezzo l’uomo non ascolta la natura e i propri limiti, non capendo qual’è il punto esatto in cui deve fermarsi per evitare distruzione e morte.
In quest’aula molti potenti non sono poi così diversi da quelli che negli anni 50 e 60, pur intravedendo il disastro, non hanno voluto fermare la speculazione allora basata sull’energia. A noi, uomini e donne italiani che non si arrendono al potere precostituito, non resta altro che avere la forza di contrastare il peso del denaro e della corruzione. Presidente, la nostra schiena è dritta e così resterà, dal Vajont abbiamo capito che non ci dobbiamo arrendere al sopruso e che ogni mezzo, sempre pacifico e non violento, sarà utilizzato per riportare la verità in questo Paese.

Per questo oggi riecheggiano forti le parole di Tina Merlin “Sulla Pelle Viva” , donna coraggiosa e forte , nata nel mio stesso Paese, Trichiana, capace di indagare a fondo prima e dopo la tragedia. Al suo esempio vogliamo rivolgerci per sentire ogni giorno sulla Nostra pelle viva la sofferenza della Nostra Italia, dall’Ilva di Taranto alla Tav della Val di Susa, passando per il veleno della Terra dei Fuochi della Campania.
Presidente, Noi oggi siamo Cittadini di Longarone, di Erto, Casso e di tutti quei paesi colpiti da quell’onda portatrice di morte. E per essere tali sabato 5 ottobre noi, parlamentari del MoVimento 5 Stelle, assieme ai consiglieri comunali, regionali e a tanti altri cittadini siamo stati in quei luoghi, abbiamo ascoltato l’acqua del torrente Vajont dall’alto della diga e riflettuto nel silenzio del cimitero di Fortogna.
Per questo io mi chiedo perché. Perché noi parlamentari del MoVimento 5 Stelle abbiamo trovato il tempo di commemorare le nostre vittime mentre il Presidente Enrico Letta e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non sono saliti nei luoghi colpiti dall’onda del Vajont? Voglio ricordare a tutti che il Presidente degli Stati Uniti d’America ogni 11 settembre partecipa alla commemorazione delle Twin Towers dove sono morti 3000 americani.
Quella notte, in Italia, 1910 italiani sono morti. E allora mi chiedo, non sono abbastanza? Erano vittime sacrificabili? Ci sono ancora cose che devono essere nascoste?

Forse in queste aule e palazzi non si vuole ricordare e avere memoria perché solo in questo modo si possono ripetere gli errori del passato.
E noi lo impediremo.

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Pubblicato giorno 9 ottobre 2013


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2 Comments on “Impediremo di dimenticare il Vajont

  1. ero giovanissima quando avvenne la sciagura del Vajont e per tutta la vita porterò il ricordo di quell’immane disastro .

  2. IN PERENNE RICORDO DI QUELL’INDIMENTICABILE E DOLOROSO PERIODO DI VISSUTO DELLA MIA GENTE. 9 OTTOBRE 1963.
    C’era un giardino.
    Chiaro.
    Fra mura basse.
    Luce. Fiume.
    Tu respiravi. L’erba.
    Toccandoti i capelli.
    Muovendo il capo.
    Ascoltando.
    Il silenzio. …
    Sopra.
    Una.
    Pietra
    Antica.
    Spazzata dall’acqua.
    Poesia dedicata alla mia gente di Longarone : autore marco zuanetti – 9 ottobre 2013.-

    UNA CATASTROFE ANNUNCIATA
    Il 3 luglio 1962, dopo diverse simulazioni della frana su un modellino a scala 1:200 (simulazioni che pure non erano del tutto efficaci), il professor Ghetti stese una relazione in cui erano spiegate le possibili conseguenze dello smottamento. Egli metteva anche in guardia contro le terribili conseguenze che si sarebbero verificate se l’acqua si fosse trovata al livello massimo d’invaso.
    “Attenzione che se quando cade l’onda voi avete l’acqua al livello massimo del serbatoio… la stessa frana provocherebbe un’onda di proporzioni infinitamente più grandi con conseguenze catastrofiche per i paesi all’interno della valle e oltre il ciglio della diga, a causa dello sfioro di una enorme massa d’acqua sopra il ciglio della diga stessa.” (dalla relazione di Ghetti)
    La relazione venne redatta in due sole copie, una sarà consegnata alla SADE, un’altra finirà all’Istituto Universitario di Padova. Nessuna copia viene consegnata al servizio nazionale dighe.
    In seguito sarà un assistente del professor Ghetti, Lorenzo Rizzato, a prelevare dall’ Istituto la relazione e a farla pubblicare dai quotidiani “L’Unità” e “Il Giorno”, nella settimana successiva al disastro. Si apprende così immediatamente che un esperimento aveva predetto il pericolo di frana. (p. 91-2)

    “La diga di Longarone come una lapide
    Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22,33 minuti: la tragedia nel ricordo di una maestra di Longarone :

    LONGARONE – Il mattino del 9 ottobre 1963, su Longarone splende il sole. E’ un ottobre particolarmente temperato quello che vivono i 4.500 abitanti del comune. L’aria è tersa, la temperatura mite e il cielo è di un azzurro immacolato. Dopo l’estate, appena trascorsa, molti longaronesi hanno salutato con un po’ di nostalgia il paese: hanno abbracciato i genitori anziani; qualcuno ha lasciato i figli ai nonni: “Meglio che crescano qui, almeno saranno accuditi, controllati, visto che noi si lavora tutto il giorno”. Molti longaronesi nel 1963 sono emigranti e, dopo aver passato le ferie a casa, sono tornati a lavorare in Germania, Francia, Olanda, Belgio.
    Parecchi di loro sperano comunque che quell’emigrazione forzata stia per finire. Che il distacco dagli affetti, dagli amici, dall’abbraccio delle montagne, non sarà presto che un ricordo. Perché Longarone, nel 1963, è un comune più vivo che mai: il lavoro cresce di giorno in giorno, vengono create nuove fabbriche (di legname, di faesite, di cartone) che richiamano operai da fuori; vengono edificate case, costruite nuove strade. Il piccolo centro montano, all’alba degli anni Sessanta, si fa notare per vitalità imprenditoriale, tanto che qualcuno l’ha ribattezzato “la piccola Milano della provincia”.

    Il maestro Paolino. La mattina del 9 ottobre 1963, Longarone è animata anche dalle voci dei bambini. La scuola è iniziata da 9 giorni e i 193 bambini delle elementari sono stati suddivisi in undici classi, affidate a undici maestri. La mattina del 9 ottobre, nel corridoio della scuola, prima del suono della campanella, le chiacchiere sono le solite: il programma da svolgere, le marachelle combinate da quell’allievo che sembra indomabile, il calcio (quella sera le poche tivù dei bar del centro trasmetteranno la partita Glasgow – Real Madrid). Qualcuno, distrattamente, accenna anche a quella diga che dopo sei anni di lavori sta lì a dominare il paese. E la maggior parte della gente non sa se essere orgogliosa di quell’opera di ingegneria (la diga del Vajont è la più alta del mondo a doppia curvatura), dar retta alle voci troppo allarmistiche, ai segnali del paesaggio (cosa sono quelle fenditure che si sono formate lungo le strade? e quella frana sul Monte Toc, con quel profilo a emme, se ne starà ferma e buona? mah!), o se cacciare quell’inquietudine (magari è infondata) che ciascuno ha in fondo all’anima. “Se la diga dovesse cedere – afferma preoccupato il maestro Paolino De Bona, prima di entrare in classe – io sarei il primo ad andarmene”.

    Paolino De Bona ha una moglie e sei figlie. La sera del 9 ottobre 1963, alle 22 e 39 minuti, la sua casa, la sua famiglia vengono travolte dall’acqua del Vajont. Il corpo del maestro Paolino De Bona verrà trovato alcuni giorni dopo, nel fango. Senza testa. L’unico dettaglio che riuscirà a dare un nome a quel corpo è una fede nuziale sull’anulare. Insieme a Paolino De Bona, il Vajont ucciderà suo fratello Elio, la moglie e i suoi due bambini. La madre di Paolino e Ennio, che si era salvata dal disastro perché era a Castellavazzo, sopravviverà ai figli e alle loro famiglie per qualche mese. Poi morirà di dolore.

    A raccontarci com’era Longarone, 50 anni fa, a testimoniare la tristezza, la disperazione dei giorni successivi alla catastrofe è Teresa D’Incà, una degli undici maestri che insegnavano alle elementari di Longarone nell’anno scolastico 1963/64, una delle sopravvissute. Teresa D’Incà, autrice – tra gli altri – del prezioso volume Din Don, le campane de Longaròn, edito nel 2003, oggi vive a Trichina, a un paio di chilometri dalla Casa sulla Marteniga, in cui era cresciuta Tina Merlin. La giornalista (voce per lo più inascoltata) che dalle pagine dell’Unità, nei mesi precedenti la catastrofe, aveva cercato di avvisare la comunità, la nazione, del probabile disastro. Teresa D’Incà non ci racconta solo la storia di Paolino De Bona. Ricorda – con affetto vigile – un altro collega: Guglielmo Panciera. “Panciera – spiega la maestra D’Incà – era stato un partigiano, con la passione della scrittura, tanto che, nel 1948, aveva pubblicato “I racconti dalla baracca”. Aveva un’affabilità particolare e un innato senso dell’umorismo caratterizzava i suoi scritti: profeticamente, 15 anni prima che accadesse, aveva descritto il Vajont. In una “Concione sindacale” letto in occasione di una delle tradizionali Feste degli alberi, che si svolgevano a Longarone, Panciera aveva descritto, con aderenza a una realtà apparentemente inverosimile, un’inondazione immaginaria, precisando (qualche mese prima del disastro) che “se non s’ciopano le spine dei seceri, inondazioni a Longarone non se ne vedranno più”. Non sapeva, il maestro Panciera, che invece se ne sarebbe vista una dagli effetti terrificanti, che avrebbe coinvolto lui stesso, la sua famiglia, tanti suoi alunni, tantissimi suoi concittadini e abitanti dei paesi vicini”.

    I bambini della diga. Teresa D’Incà aveva 28 anni nel 1963. Era il secondo anno che insegnava alle elementari di Longarone e le era stata assegnata una quinta femminile (all’epoca, le classi erano distinte in maschi e femmine). Delle 23 alunne segnate nel suo registro personale, dopo la sera del 9 ottobre, ne sopravvissero sei. Dei 195 scolari di Longarone, 42 tornarono a scuola dopo il disastro. Alcuni di loro, alcuni dei bambini della diga, furono sepolti nel cimitero di Fortogna. Altri, ancora oggi, sono stati ricordati da una croce, ma i loro corpi non sono mai stati trovati. “Quando la “diga ha gridato”, la maestra Maria Pais (che, dopo la catastrofe è stata a lungo ricoverata in ospedale), aveva pensato che la terra fosse uscita dall’orbita e che tutta l’umanità fosse in pericolo. Invece a perire era solo Longarone”.
    Teresa D’Incà ricorda che il 9 ottobre 1963 cadeva di mercoledì e che, otto giorni dopo, il mercoledì successivo, la scuola aveva già riaperto i battenti. “Il municipio e la scuola elementare – spiega – sono stati i due edifici che in qualche modo hanno segnato una linea di demarcazione tra la devastazione dell’onda e la salvezza. L’acqua li ha colpiti solo in parte: la mia aula che si trovava al primo piano ha visto l’acqua arrivare al soffitto. La bidella Rosetta D’Incà che abitava nell’edificio con le sue tre figlie è morta in seguito alla catastrofe: le tre bimbe, fortunatamente, sono sopravvissute. Dalla forza distruttrice dell’acqua sono stati risparmiati anche gli uffici anagrafe del Comune, altrimenti anche la memoria documentaria di generazioni di longaronesi sarebbe stata spazzata via.”

    La maestra D’Incà ripercorre con le parole i tentativi suoi e della comunità per cercare un edificio idoneo a ospitare i 42 scolari sopravvissuti. “I bambini – spiega la maestra – dopo il dolore, il disorientamento, si stavano abituando a vedere i cadaveri sulle strade. Ogni giorno, ogni ora, il fiume restituiva un corpo o la parte di un corpo. Dovevamo allontanare i bambini dal luogo della tragedia, distrarli. Era stata individuata, con difficoltà, una villa, nel bellunese, che avrebbe potuto ospitare delle aule, diventare una scuola convittuale. Ma i genitori avevano detto no: non volevano separarsi dai figli. Come non comprenderli? Così, avevamo sistemato meglio che potevamo la vecchia scuola: i piani alti erano agibili e lì, otto giorni dopo il disastro, si ricominciò a fare scuola. Un po’ alla volta. Personalmente lasciavo i bambini liberi di scrivere, di disegnare. Di raccontare. Qualcuno dei loro temi è finito, con il loro aiuto, 40 anni dopo, nel libro Din don, le campane de Longaròn. Ma nel volume, non si riportano i tanti episodi, le esperienze vissute in quell’anno di scuola così drammaticamente segnato”.

    L’albero di Natale. Teresa D’Incà riferisce un episodio piuttosto amaro. Alla vigilia del Natale del 1963, un noto settimanale fece arrivare a Longarone un bellissimo abete. L’albero fu addobbato nel modo più ricco e gli scolari superstiti della scuola di Longarone vennero invitati a disporsi di fronte a quell’albero di Natale per una foto che sarebbe dovuta finire in copertina. L’immagine fu scattata tra la commozione generale. Ma il giorno dopo l’istantanea, quando i bambini, finita la scuola, fecero per riversarsi nello spiazzo dove era stato allestito l’abete, non trovarono nulla. Abete e decorazioni erano spariti: erano serviti solo per una foto. Non erano un regalo, ma una sorta di scenografia improvvisata.
    Un nuovo albero di Natale, allora, venne predisposto in cimitero, in modo che anche i morti festeggiassero coi vivi un giorno di festa. Il giorno della nascita per antonomasia.

    La pioggia. Un altro ricordo della maestra D’Incà ha a che vedere col tempo. Nonostante la catastrofe, il sole su Longarone nel 1963 splendette per tutto il mese di ottobre e per buona parte di novembre. Ma un giorno, com’era prevedibile, il cielo si rannuvolò e la pioggia cominciò a cadere. E allora, quel panico che si annidava negli scolari superstiti sfociò. Un bambino, a scuola, cominciò a tremare, a sentirsi male: la pioggia gli aveva richiamato alla mente l’acqua che aveva distrutto il paese, annientato i suoi compagni. Nessuno riuscì a calmarne il pianto e il piccolo dovette essere accompagnato a casa.

    Le rondini del Vajont. “Finalmente – ricorda la maestra D’Incà – la primavera arrivò anche a Longarone. Il segno più evidente furono le rondini, che conobbero il Vajont allo schiudersi dei primi fiori: arrivate in paese, esse volavano come impazzite tra i pochi muri rimasti, cercando i posti consueti per nidificare. Entravano dentro le aule della scuola, sbattendo le ali, disorientate”.

    Le vittime del Vajont furono 1910, di cui 1450 residenti nel comune di Longarone. Le altre risiedevano nelle frazioni di Pirago, Rivalta, Villanova (che furono completamente spazzate via, e nella frazione di Faè, parzialmente colpita dall’acqua). Le 1910 vittime sono ricordate da 1910 croci nel cimitero di Fortogna, ma metà delle croci non custodiscono alcun resto, perché i corpi di centinaia di longaronesi non sono mai stati trovati, recuperati, identificati.
    Nel cimitero di Fortogna, per 1910 persone (uomini, donne, bambini) la data di morte è la stessa: 9 ottobre 1963. Solo una tomba porta una data di morte diversa dalle altre, ma anche in questo caso il decesso non è naturale. La tomba è quella del dottor Ginfranco Trevisan: il medico condotto di Longarone, che nei giorni successivi alla catastrofe aveva camminato senza tregua nel fango per soccorrere i superstiti, per identificare le vittime e firmare centinaia di certificati di morte; per dare sostegno agli emigranti che, tornati a Longarone dopo il disastro, non avevano trovato in vita nessuno dei familiari. Quel medico che, mentre molti se ne volevano andare dalla valle, comprò un pezzetto di terra e vi costruì la casa. “Il 4 novembre 1966 – ricorda la maestra D’Incà – in seguito a un’eccezionale ondata di maltempo, l’Arno esonda, causando la disastrosa alluvione di Firenze. Quella stessa alluvione causa forti danni anche nella zona del Piave, e nella piana di Longarone. E fa due vittime: il benzinaio di Castellavazzo e il dottor Trevisan. Quest’ultimo, mentre le acque del Piave si gonfiano sale sulla sua 500, assieme al giovane Angelo De Valerio, e si dirige a Fortogna, da un paziente ammalato. Una frana, nel frattempo, ha abbattuto il ponte sul torrente Maè e Trevisan e il suo accompagnatore vengono inghiottiti dalla corrente del fiume: i loro corpi sono ritrovati solo nei giorni successivi.”

    Din Don, le campane de Longaròn. Nel libro della maestra Tersa D’Incà commuovono, a distanza di 50 anni, i pensieri dei bambini di Longarone: c’è chi spera che gli emigranti tornati in fretta nel paese non se vadano più, ma che restano a fargli compagnia; c’è chi lamenta di aver litigato con il compagno di classe e di non aver fatto in tempo a fare la pace con lui; chi ricorda quell’amico a cui piaceva così tanto correre in bicicletta e che finalmente ne aveva avuta una nuova fiammante in regalo, ma l’acqua ha portato via lui e la bici. E che c’è va al cimitero di Fortogna a leggere i nomi dei compagni di classe sotto alle croci, perché così gli sembra che siano ancora lì, vicino a lui. Seduti dietro quel banco che non esiste più.”

    Din Don amici miei… ascoltiamo il bianco silenzio. marco

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