Quali azioni per il piano nazionale antiviolenza sulle donne?

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Lo stato Italiano nel 203 approva la convenzione di Istanbul indicante le azioni da compiere per prevenire, perseguire ed eliminare il fenomeno della violenza sulle donne e la violenza domestica; contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione e promuovere la concreta parità tra i sessi. Dopo l’approvazione nel 2013 della norma cosiddetta “legge sul femminicidio”, recante disposizioni in materia di sicurezza e il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, il Governo italiano aveva aperto un confronto tra istituzioni ed associazioni per elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza con l’obiettivo di individuare le misure per prevenire il fenomeno. “Si è scoperto che ad oggi di questi fondi solo 2.260.000 € finiranno ai centri antiviolenza già esistenti” spiega Federico D’Incà del MoVimento 5 Stelle “mentre non si hanno evidenze degli altri 14.740.000 a disposizione delle Regioni, che devono finanziare progetti sulla base di nuovi bandi”.

A tal proposito la Regione Veneto nell’aprile 2013 ha proposto, con la legge “Interventi regionali per prevenire e contrastare la violenza”, la concessione dei contributi diretti a finanziarie tali attività e tali strutture, stanziando 400.000,00 € (a fronte di un totale di 34 strutture mappate). “Successivamente però il 27 maggio 2014 la stessa Regione ha comunicato che i contributi stanziati per il 2014 sono esattamente la metà dell’anno precedente, cioè 200.000,00 € in totale. Cifra risibile, soprattutto a fronte della cronica difficoltà denunciata dai centri antiviolenza connessa proprio ai finanziamenti insufficienti e discontinui”.

Considerato che il riparto dei fondi contro la violenza sulle donne stanziati, così come previsto, penalizzerebbe grandemente i centri autonomi (circa 3.000 € cadauno) rispetto a quelli istituzionali, in contrasto con le raccomandazioni europee e quanto sostenuto dalla stessa Convenzione di Istanbul, cioè che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti. “Centri che in Italia operano da oltre vent’anni e sono luoghi di buone pratiche ed hanno sviluppato una storica esperienza e competenza” continua il deputato. “Pertanto, l’apertura di centri antiviolenza istituzionali, in tempi così rapidi (per non perdere i finanziamenti!) e prescindendo dalla esperienza dei centri autonomi, comporta il rischio che alle donne e ai loro figli vengano offerti servizi generici contribuendo in questo modo ad umiliare e condannare alla chiusura i centri antiviolenza già esistenti”.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro delle Pari Opportunità si chiede con un’interrogazione scritta se e quali azioni intendano intraprendere, ed in quali tempi, per rinnovare “il piano nazionale antiviolenza”; assegnare i fondi già previsti dalla legge n.119 del 2013 per i biennio 2013/2014, individuando chiari criteri di distribuzione, al fine di consentire alle Regioni di finanziare interamente i progetti già approvati, come nel caso della Regione Veneto e consentire così che i centri antiviolenza e le case rifugio siano finanziati in maniera certa e costante, sottraendoli all’incertezza, alla sopravvivenza o al rischio di chiusura.

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Pubblicato giorno 10 settembre 2014


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