Laminazione e irrigazione: quello che il Lago di Centro Cadore non deve e non può fare

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I laghi del bellunese soffrono per la laminazione e per lo sfruttamento irriguo, ma si tratta di due problemi ben distinti ed è necessario intervenire su tavoli diversi” spiega il deputato Federico D’Incà del MoVimento 5 Stelle all’indomani della lettera inviata dall’assessore regionale Gianpaolo Bottacin con l’invito ad intervenire per modificare il D.lgs 152/2006.

L’effetto di laminazione delle portate di piena consiste nel progressivo abbassamento del colmo di piena, per un alveo fluviale, via via che il fenomeno prosegue da monte verso valle. Per questa problematica occorre intervenire sul piano politico regionale rivedendo i parametri, come prevedeva il protocollo che da la possibilità alla Regione di cambiare le misure dopo tre anni dalla prima applicazione. “Sono passati 15 e negli ultimi molte relazioni tecniche ma nessuno in Regione prende in esame l’adeguamento di questa legge, perché?” chiede D’Incà.
La laminazione obbligatoria per prevenire le piene, in contrasto con la Legge Barberi, riguarda la Protezione Civile. Mentre per la laminazione si usano gli scarichi di fondo lago, per la Barberi devono essere mantenuti i livelli a monte sotto le paratoie per trattenere l’acqua. La Legge Regionale prevede la revisione del piano stralcio per la sicurezza idraulica del fiume Piave, approvato nel 2009, dopo tre anni, mentre i parametri usati sono vecchi di 15! “L’abbassamento del lago di 16 metri sta provocando l’interrimento in quanto il Piave entra a metà lago, quando è abbassato, portando detriti che hanno alzato il fondo e diminuito la sua capacità che è passata da 64 milioni mc a 45 milioni attuali” specifica D’incà.

Dal 2010 la regione non fornisce risposte sulla laminazione del lago centro Cadore. Nel luglio 2014 è arrivato un parere tecnico negativo della università di Padova (ing. D’Alpaos) incaricata dalla Regione di valutare la validità della laminazione in base alle caratteristiche del lago. Il lago non è adatto alla laminazione perché lo scarico arriva fino a 150mc/sec, con benefici unicamente per Perarolo e Longarone ma non per il medio Piave. D’Alpaos dice: “Del tutto irrilevante la moderazione del colmo ottenibile operando con un invaso di 150 mc/sec.” E “il serbatoio di Pieve di Cadore è troppo lontano dalle zone che necessitano di essere difese”. La laminazione è calcolata sul medio/basso Piave e il lago Cadore con bacino abbassato di 16 metri, arriva al massimo a trattenere 600 mc e poi si riempie, quindi risulta essere perfettamente inutile per le grosse piene inoltre essendo collegato a Valtellina che serve la diga di Soverzene: abbassando il primo, si danneggia anche il secondo. Il registro italiano delle dighe su laghi tecnici (artificiali) impone che tutte le prese funzionino, gli scarichi a valle devono essere sempre attivi altrimenti deve essere ripristinata la naturalità dei luoghi.
È fondamentale che già da oggi si pensi ad una nuova gestione dei contratti che saranno in scadenza con Enel nel 2029 sullo sfruttamento dei nostri bacini sul modello del Trentino Alto Adige. La Regione Veneto deve essere parte attiva con tutte le forze politiche unite da un unico progetto condiviso, senza cedere alle pressione delle lobby che hanno sempre minato l’indipendenza energetica del Veneto e sopratutto del Bellunese” ribadisce il deputato bellunese.

Un secondo tavolo è la rivisitazione delle quote acqua che vengono concesse ai consorzi irrigui (D.lgs 152/2006 art. 144 Tutela e uso delle risorse idriche – comma 2) i quali dovrebbero derivare solo l’acqua disponibile dai fiumi in entrata ai laghi e non utilizzare i laghi come serbatoi senza adeguare i loro sistemi di irrigazione per renderli più efficienti. “Il lago di Pieve non ha doveri ad uso irriguo, cosa che invece gli altri laghi del bellunese hanno” sottolinea D’Incà. Il che è presto spiegato a livello storico. Nel 1952 viene data la concessione per lo sfruttamento idroelettrico del lago a SAVE (ora Enel), in cui veniva imposto che il bacino lacustre avesse solo l’obbligo di produrre energia elettrica e che dal 15 giugno al 30 settembre di ogni anno venisse fatto obbligo al concessionario (a quel tempo SADE), di “(…) non effettuare svasi troppo rilevanti, se non richiesti da inderogabili necessità industriali (…)” (cfr. p. 15 Disciplinare cit.) proprio in virtù della (già allora) riconosciuta maggiore importanza “(…) turistica e panoramica (…)” del bacino di Pieve. Quindi non è previsto l’uso irriguo delle acque del lago.
Nel 1957 sono stati modificati tutti i disciplinari introducendo la quota di derivazione a scopi irrigui per tutte le concessioni assegnate nel 1952, indistintamente, comprendendo anche lago del Cadore che invece aveva clausola di salvaguardia ambientale.
Nel 2007 scade concessione e nel 2009, invece di passare la competenza alla Provincia come previsto, con la Legge Bersani sono state prorogate a Enel le grandi derivazioni e le concessioni scadranno quindi nel 2029.

“Il nostro ruolo di amministratori e rappresentanti politici ci pone l’obbligo di essere i promotori di un tavolo di programmazione tra amministrazioni locali e società civile” dichiara D’Incà che riassume le proposte del MoVimento 5 Stelle per questa situazione in cinque chiari punti:
- A livello nazionale: revisione legge Bersani e ripristino clausola salvaguardia per il Lago Cadore, stralciando l’uso irriguo.
- A livello regionale: aggiornamento dei dati di laminazione e parametri relativi, con ricalcolo derivazioni ad uso irriguo senza diga Vajont.
- Recepimento parere tecnico su laminazione.
- Risolvere il contrasto tra norme di protezione civile e legge regionale sulla laminazione.
- Ridefinire modalità di prelievo e di consegna delle acque irrigue da parte dei consorzi di bonifica, studiando sistemi più efficaci di distribuzione delle acque che evitino gli sprechi.

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QUI la mia lettera di risposta all’Assessore della Regione Veneto Giampaolo Bottacin

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Credit foto: Danilo De Martin – Lozzodicadore.eu

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Pubblicato giorno 10 settembre 2015


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